IX APPUNTAMENTO ANNUALE
SULLA FINANZA TERRITORIALE DI LEGAUTONOMIE
Viareggio, 6 ottobre 2010
Relazione introduttiva di Marco Filippeschi
presidente nazionale di Legautonomie
Carissimi invitati, cari colleghi,
quest’anno l’appuntamento tradizionale di Legautonomie sulla finanza territoriale riveste un carattere speciale. Non siamo qui a misurare con sapienza tecnica, come pure si deve sempre fare, i risultati della gestione finanziaria degli enti che governiamo e gli effetti delle politiche del governo sui nostri bilanci. Siamo a Viareggio con l’intento di renderci più consapevoli e di rendere più consapevole chi ci guarda e chi ancora guarda a noi di ciò che sta accadendo e di come una certa risposta data alla crisi economica e ai rischi d’emergenza per la finanza pubblica possa cambiare in modo difficilmente reversibile il rapporto fra autonomie locali, amministratori locali e cittadini, fino ad alimentare la crisi democratica già grave per altri versi.
L’ITALIA AL BIVIO
L’Italia è ad un bivio decisivo: infatti la crisi può farci passare rapidamente dalla riduzione incrementale delle risposta pubblica avvenuta negli anni passati ad una brusca e crudele compressione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.
L’Italia è fra i paesi più a rischio nell’Unione Europea. Debito e deficit; incremento debole del prodotto interno lordo; declino dell’industria; tasso di disoccupazione in crescita: c’è un indubbio problema di tenuta, come tutta l’Unione Europea mostra un problema di prospettiva, ma purtroppo valgono le specificità italiane. Un’evasione fiscale da 120 miliardi di euro, l’8 per cento del Pil (dal 12.5 della Lombardia all’85 per cento della Calabria), ci ha ricordato “Il Sole 24 Ore”, quotidiano di proprietà di Confindustria. L’economia sommersa che vale il 22 per cento del Pil. Il costo della corruzione stimato fra i 50 e i 60 miliardi, secondo il Servizio anticorruzione e trasparenza della Presidenza del Consiglio. Mentre per gli studi commissionati da Confesercenti il fatturato delle mafie ammonta a 135 miliardi di euro. Non basta. In Italia, secondo l’ultima ricerca dell’Ires Cgil, oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7 milioni (63%) di pensionati di vecchiaia o anzianità guadagna meno di mille euro netti mensili. La somma fa 29 milioni di italiani in queste condizioni.
Come si sa, dopo l’avvento dell’euro e fino alla crisi finanziaria la dinamica dei redditi ha di molto avvantaggiato il lavoro autonomo, e ciò anche al netto dell’evasione fiscale.
Potrei continuare. Potrei citare i differenziali di spesa in formazione o nella ricerca, nella mobilità pubblica – visti i tagli drammatici che ora si vogliono imporre –, e tanti altri indicatori d’arretratezza e d’ingiustizia.
Dico semplicemente che oggi non si può discutere dei conti pubblici, e dei nostri conti, di quelli del sistema delle autonomie locali, o di federalismo, senza affrontare i grandi nodi politici che stringono il paese e che provocano tanta sottrazione di risorse allo sviluppo e al bene collettivo.
“Intanto, dato che urge, che il paese rischia, si taglia dove si può tagliare”, dicono; magari facendo prima la caricatura negativa delle amministrazioni locali e eleggendo gli amministratori a “casta”. Alzando una barriera mediatica che copre la realtà – sono efficacissimi a farlo, con i mezzi che hanno, a proposito di crisi democratica –, barriera che rende anche impossibile valutare le differenze.
Questa è, insieme, la strategia dell’ingiustizia sociale e la negazione delle riforme necessarie. Perché tutto si tiene, come dimostra l’esempio più virtuoso di altri paesi. Difficile pensare una riforma della pubblica amministrazione, delle burocrazie, e mentre s’indebolisce la lotta all’evasione fiscale e la rete amministrativa e di repressione degli illeciti a garanzia del patto fondamentale di cittadinanza. Molto difficile combattere il dilagare delle mafie, la corruzione, l’illegalità e l’evasione fiscale mentre s’indeboliscono i presidi di legalità, si fanno leggi su misura per sfuggire il rigore della giustizia e si fa guerra alla magistratura, s’indebolisce la democrazia. Impossibile creare vero consenso per un federalismo che obblighi a stroncare i vizi endemici di una parte del paese, mentre si fa valere il centralismo più pesante per tenere insieme l’inconciliabile, in un patto di potere che perpetua l’immobilismo e sospinge al declino. Molto facile, invece, è stato scatenare egoismi e odi sociali, dove una parte del paese, quella dov’è più forte “l’individualismo proprietario”, teme per la flessione di redditi importanti e un’altra ha paura dei cambiamenti veloci portati dall’immigrazione. Cambiamenti che per qualcuno sono il collante di un consenso provvisorio quanto travolgente e che per altri sono, specularmente, la prova di un distacco grave da sentimenti d’inquietudine di un vastissimo popolo non difficili da comprendere e da rielaborare in positivo.
Comunque, proprio volendo stare al tema del nostro appuntamento, l’attuazione del federalismo fiscale e la riforma dell’ordinamento delle autonomie, dobbiamo dire con forza che la risultante di queste spinte regressive, di questa politica disimpegnata, è lasciare l’Italia com’è e caricare sui più deboli il peso di una crisi che non si risolverà. E’ quello che è avvenuto in questa legislatura tutta in perdita.
PER UN NUOVO MOVIMENTO AUTONOMISTA
Il sistema delle autonomie locali non ha bisogno di un “governo minimo”. Ha bisogno di grandi e radicali riforme istituzionali, economiche e sociali.
Non lo abbiamo detto con la forza e la continuità necessarie di una protesta. E credo che i punti d’incontro trovati col Governo in questi mesi siano molto al di sotto del necessario, perché rappresentano un assestamento impossibile oltre che praticamente insostenibile, perché senza effetti positivi sui due prossimi bilanci – pena una veloce delegittimazione –, e che serva invece riprendere subito l’iniziativa e una grande spinta riformatrice che unisca gli amministratori locali, oltre gli schieramenti e le appartenenze. Dobbiamo essere noi che rappresentiamo domande primarie dei cittadini a chiedere una “solidarietà nazionale” vera. Per un “patto sociale” nuovo, che sia sostenuto anche da un “nuovo movimento autonomista”, che metta a profitto il lato positivo, delle identità locali, il nuovo bisogno di società e di politiche pubbliche nuove, non generatrici di burocrazie, che ci veda alleati delle regioni a disegnare insieme un grande cambiamento.
Cambiare la legge elettorale, per dare stabilità e garantire diritto di scelta agli elettori, senza tornare ai sistemi e ai vizi che hanno portato alla crisi della prima Repubblica.
Avviare la riforma del Parlamento, per una sola camera che mantenga il potere di dare la fiducia ai governi e di fare le leggi e una camera delle regioni e delle autonomie locali, come dirò più avanti.
Razionalizzare il sistema, incidendo su quello delle autonomie, anche con la riforma della Carta, evitando sovrapposizioni e duplicazioni, allargando la dimensione territoriale degli enti – lo diciamo noi di Legautonomie che associamo anche molte province –, rimediando a scelte scriteriate, spingendo per una seria riforma della gestione dei servizi locali, obbligando a cambiamenti radicali e difendendo i beni comuni, qual è l’acqua, dalla privatizzazione.
Poi lotta senza quartiere all’evasione fiscale, a tutti i livelli, con meccanismi premianti, incentivando anche gli enti locali a darsi strumenti nuovi.
Promuovere, in questo quadro, la riforma federalista dello Stato, l’attuazione del Titolo V della Costituzione.
Determinare così le condizioni per governi responsabili, per una svolta nel Mezzogiorno, perché si liberino energie nuove e si sconfiggano i mostri che piegano e dividono il paese, per costruire quella condivisione di obiettivi e di standard sociali che unisce un paese e per dare, in questo quadro, le ragionevoli compensazioni.
Questo si deve fare. E come si vede tutto si tiene.
Il fatto che non vi sia oggi un disegno leggibile – nello stillicidio contraddittorio dei provvedimenti parziali –, affidabile per i cittadini, è il segno di una sconfitta già scritta che vale per tutti. Può non valere per chi vuol godere ancora di un potere personale, a salvaguardia d’interessi che niente hanno a che vedere con quelli di un paese intero, asserragliato in un palazzo. Ma invece tutti avremmo bisogno che s’iniziasse a ricostruire, a fare, a guardare lontano, con l’orgoglio d’essere italiani e cittadini europei. A ridare aspettative ai giovani.
Così non può durare. Dobbiamo prenderci la responsabilità di dirlo chiaro. Stiamo dissipando i beni più preziosi e stiamo compromettendo il futuro dei nostri figli. E lo sappiamo.
Reagire e rappresentare l’esigenza di un cambiamento – certo, avendo orizzonti più ampi di quello nazionale – è un dovere della classe dirigente locale. E’ triste vedere come, ai piani alti, nella classe dirigente italiana non vi sia più chi abbia la forza di far valere un’autorità morale.
Credo che il nuovo movimento autonomista debba avere come riferimento l’insegnamento e la condotta ferma e coerente del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a cui va il nostro saluto più riconoscente e affettuoso.
L’ATTACCO ALL’AUTONOMIA
In realtà, quello che sta accadendo, mentre si discute di federalismo, rappresenta il più forte attacco all’autonomismo comunale e locale dai tempi della guerra fredda. L’intervento di Antonio Misiani rappresenterà bene quello che è accaduto in pochi anni. L’impennata centralista è dimostrata da numeri e percentuali inequivocabili che dimostrano la compressione dell’autonomia finanziaria, dalla manovra ingiusta e costosa sull’Ici, all’applicazione delle addizionali, alla gestione del Patto di stabilità. Ma c’è di più: si è attaccata l’autonomia statutaria, con imposizioni irragionevoli quali quelle sui consigli circoscrizionali; e quella amministrativa, con prescrizioni irricevibili, regressive, quali quella sui Direttori o con alcune norme varate dal ministro Brunetta nella fase di suo massimo splendore. C’è un contenzioso presso l’Alta Corte che ha fondatissime ragioni.
Però, dobbiamo dirlo, il colmo si è toccato, per certi versi, con la decurtazione delle indennità ai sindaci e agli assessori. Un caso di “taglio lineare”, come si dice. Una chiamata a concorrere ai sacrifici necessari. Solo che, per esempio, in un comune come il mio – sono sindaco di Pisa – dove fare il sindaco significa lavorare dodici ore al giorno e spesso anche quindici, quando ci sono riunioni o occasioni di rappresentanza dopo cena, questo esponente della “casta” guadagna, netti, tremila euro al mese per dodici mesi – quando lo racconto vedo facce incredule – e con il taglio del dieci per cento dunque guadagna meno di tremila euro. E i suoi assessori, ormai, se svolgono l’incarico a tempo pieno ricevono meno di duemila euro. Sopra e sotto le dimensioni di Pisa la situazione cambia di poco, e spesso in peggio, per la stragrande maggioranza degli amministratori. Così come è poco diverso l’impegno che serve a svolgere un mandato impegnativo, che non fa curriculum quando i più, finito il mandato, riprendono l’occupazione originaria.
Le differenze che si possono dimostrare rispetto al trattamento riservato ad altri mandati ed incarichi o alla situazione in altri paesi europei sono note (e c’è nella cartellina un piccolo dossier, che aggiorneremo e pubblicheremo). Il sacrificio, come si sa, non è stato applicato in modo progressivo. Comunque sia, credo che dobbiamo essere per primi impegnati per la sobrietà, il rigore, la trasparenza, per la riduzione dei costi impropri della politica.
Ma ciò non toglie – lo dissi anche parlando nella manifestazione di Piazza Navona – che aver accettato questa vessazione senza opporsi abbia significato avallare un’ingiustizia, la confusione creata ad arte e un’offesa alla dignità degli amministratori locali.
Questa denuncia non vuol essere rivendicativa. Ha il senso di segnalare come sia stato superato ogni limite.
Voglio dire questo: attenzione! Perché sulla strada della perdita d’autonomia e di dignità, della deresponsabilizzazione e dei tagli indiscriminati, cioè volutamente ingiusti, si possono bruciare l’esperienza politica migliore e le migliori riforme istituzionali fatte negli ultimi vent’anni (e provocare un’ulteriore involuzione dei sistemi politici locali): ciò che ha rappresentato per tanti versi la tenuta del paese, la rinascita di tante città, la vitalità nuova di tanti territori, il mantenimento di coesione sociale.
Credo che innanzitutto, come amministratori, dovremmo essere impegnati a rottamare il sistema che porta a questa deriva micidiale e che proprio in virtù di questa battaglia, dalla parte dei cittadini, con la dignità e la forza della nostra autonomia, e governando con impegno, dovremmo affermare anche il nostro ruolo di classe dirigente diffusa di peso nazionale, che afferma un cambiamento visibile e solido. Perché non si è mai visto grande rinnovamento senza idee nuove e battaglie forti.
Questo voglio dire a chi qui rappresenta il governo e la maggioranza che lo esprime e voglio dire al principale leader dell’opposizione, che sarà con noi oggi pomeriggio.
Noi saremmo molto felici che questa sfida fosse fatta propria da tutte le forze politiche: qualcuna anche per coerenza con le vocazioni federaliste più spinte; altra perché non perda il suo radicamento fondamentale e la sua più importante risorsa di rigenerazione. Le prossime settimane ci diranno se questo appello sarà stato raccolto.
Noi, intanto, da Viareggio, alla vigilia delle celebrazione del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, vogliamo rilanciare la sfida autonomista nel solco di una tradizione politica molto forte, alla quale forse c’eravamo un po’ assuefatti senza più coglierne il valore. Lo facciamo nella Toscana di Giorgio La Pira, grande sindaco di Firenze, eccezionale testimone di pace nel mondo, autonomista vero, capace d’opporsi al suo governo e al suo amico Amintore Fanfani nella difesa del “Nuovo Pignone”. In quest’Italia di centro, di cui la Toscana è parte, luogo di tanti amministratori riformisti e capaci di grandi legami di popolo, anche oggi possibile motore del rilancio civile e della crescita del nostro paese.
L’autonomismo dobbiamo rigenerarlo, condividerlo con rappresentanze sociali che vedono rispecchiati da noi loro interessi fondamentali – rompendo una sorta di sottovalutazione che porta all’isolamento – e dobbiamo spenderlo per fare riforme e per innovare dove governiamo.
IL PUNTO SULLE RIFORME FEDERALISTE
Di certo, dunque, non ci sottraiamo alla sfida del federalismo. Ma denunciamo la contraddizione evidente tra il percorso di attuazione e i provvedimenti che incidono negativamente sulla vita dei Comuni, delle famiglie, delle imprese.
Nonostante il Titolo V e la tanto sbandierata riforma della finanza pubblica il rapporto tra entrate proprie e entrate derivate si è invertito. Sostanzialmente spostando il confronto su un terreno sempre più arretrato – la negoziazione di risorse derivate – rispetto agli equilibri raggiunti in passato.
Si rischia di tornare a un meccanismo totalmente deresponsabilizzante e frustrante che inquina il corretto rapporto tra sindaci ed elettori. Perché espone i sindaci alle pressioni delle proprie collettività, che chiedono adeguati livelli di efficacia dei servizi e nello stesso tempo li lascia senza strumenti per intervenire. Mentre i cittadini sono portati a caricare di eccessive aspettative il mandato elettorale conferito ai sindaci, creandosi così disillusione e insofferenza che alimentano i già forti egoismi e particolarismi. E’ una spirale perversa che dobbiamo invertire.
I Decreti legislativi di attuazione del federalismo fiscale presentano molte carenze o sono delle scatole ancora vuote. Essi rinviano a successivi studi ed elaborazioni che li sottraggono sostanzialmente ad ogni controllo politico e parlamentare; quindi sono pieni di incognite.
Quello sul federalismo demaniale si sta rivelando una cosa modesta. Accanto a pochi “asset” di una qualche consistenza, in realtà si tratta di una distribuzione disomogenea sul territorio di beni sui quali occorre un approccio molto cauto da parte degli enti locali in ordine alla loro effettiva potenzialità di valorizzazione; considerato che i proventi delle eventuali alienazioni vanno per il 25% allo Stato, che gli enti locali perdono sul versante dei trasferimenti gli eventuali minori introiti da parte dello Stato, che sui beni immobili gli enti locali vedono venir meno le imposte e tasse (in primo luogo l’ICI) che prima incassavano.
Quello sui fabbisogni standard rinvia ai successivi studi di SOSE (la Società per gli studi di settore).
Quello sul fisco municipale presenta grossi limiti di dinamicità e di manovrabilità e, inoltre, nella quantificazione delle risorse da fiscalizzare, consolida i tagli operati dalla manovra economica collocandosi ben al di sotto di quanto era stato quantificato dalla stessa Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. Come ascolteremo dopo dalle analisi degli esperti che interverranno – che ringrazio per il contributo che ci danno –, esso è privo di almeno un miliardo di euro di copertura.
Quello sui costi standard presenta anch’esso grandi incognite che rischiano di annacquare lo stesso spirito della legge delega sul federalismo fiscale. Per ora assistiamo a un balletto di notizie e trattative sulle Regioni che devono fare da benchmarking per i “costi standard”, rimettendo l’inclusione o l’esclusione dell’una o dell’altra a una trattativa tutta politica su dove andrà collocata l’asticella dei “costi standard”, disancorata da criteri ed obiettivi certi e condivisi; nella totale ignoranza del fatto che i “costi standard” sono il parametro di riferimento per la determinazione delle risorse per la perequazione e quindi per il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni sociali; argomento del tutto scomparso dal dibattito e dalle trattative e che noi invece ci proponiamo di mettere fortemente al centro di ogni riflessione e proposta che deve ripartire dal movimento delle autonomie locali.
In sostanza, non vorremmo che su questo terreno si alimentasse una pericolosa tensione tra Regioni del Nord e regioni del Sud; oppure, al contrario, che non cambi nulla perché si allarga il numero delle Regioni prese a riferimento fino al punto che il parametro standard si avvicina alla media nazionale.
Quindi noi proponiamo che prima si definiscano i livelli essenziali delle prestazioni sociali e poi si fissi l’asticella dei “costi standard”, così si avrà un parametro certo, fondato sulla coesione e la responsabilità per i “fabbisogni standard”. Anche perché occorrerebbe evitare che magari si finisca per considerare virtuosa una regione solo perché taglia i servizi per chiudere i bilanci in equilibrio. Non è proprio questo che si deve intendere per efficienza ed appropriatezza.
Mentre si va disegnando questo scenario di indeterminatezza sui contenuti e i numeri del federalismo fiscale, ma molto chiaro per la ricaduta nulla o negativa sulle politiche concrete, sui bilanci 2011 e 2012, noi dobbiamo fare i conti qui ed ora con una realtà che porta tutto un altro segno: quello di un governo centralista, che ignora volutamente le sorti delle autonomie e lo stato di gravissima sofferenza che vivono, che ha un’inclinazione a trattare caso per caso e ad elargire premi politicamente mirati quanto immeritati, con enti che magari hanno residui superiori alle entrate correnti e non possono spenderli per pagare le imprese e i fornitori.
Ecco dunque l’indebolimento del sistema periferico della nostra Repubblica di cui ho parlato, che sta minando la credibilità stessa delle istituzioni locali. Come con una felice espressione ha affermato Pierluigi Celli a Firenze, nel Congresso nazionale di Legautonomie, il sistema periferico è la sentinella del nostro sistema immunitario e se questo si indebolisce è l’intero sistema paese che si indebolisce ancora.
Noi facciamo i conti con un cocktail micidiale di disposizioni che sono il risultato di una superfetazione normativa accumulatasi nel tempo, che ai vincoli sempre più stringenti del patto di stabilità modificati ogni anno ha poi sommato il blocco dell’autonomia impositiva e ora, con la manovra varata a luglio di riequilibrio dei conti pubblici, un intervento drastico sui trasferimenti erariali facendo pagare al settore pubblico locale e regionale un prezzo molto più alto del suo effettivo peso sull’insieme della spesa pubblica. Questo è il modo scelto per veicolare ingiustizie sociali.
Il complesso di questi provvedimenti ha portato ad una forte compressione della spesa per investimenti che risulta la voce maggiormente penalizzata dai vincoli imposti e dall’eccessivo carico di significati e compiti che si sono voluti affidare allo stesso patto di stabilità.
L’emergere di consistenti avanzi di amministrazione porta ad una inefficiente allocazione delle risorse e all’insostenibilità del vincolo stesso nel lungo periodo, come del resto recita lo stesso i documento conclusivo della recente indagine sulla finanza locale conclusa dalla Camera dei deputati.
In termini di potere d’acquisto (indagine Dexia-Crediop) la spesa media annua per investimenti, in un settore che realizza il 73 per cento circa degli investimenti pubblici, è diminuita di quasi 15 miliardi, passando dai 41 miliardi del 2004 ai 27 del 2009. In termini concreti, ci sono le buche nelle strade, perché mancano risorse per ripristinare i piani stradali; non si fanno sufficienti manutenzioni per gli edifici scolastici; il nostro patrimonio di deteriora e s’impoverisce; la piccola manutenzione e l’arredo urbano vengono forzatamente trascurati.
I limitati provvedimenti di allentamento dei vincoli e la flessibilizzazione del patto a livello regionale non hanno portato per ora a risultati apprezzabili, seppure soprattutto quest’ultima rappresenti una strada da percorrere.
Per questo una delle prime proposte che sottoponiamo alla riflessione in questo incontro e che proporremmo al governo è quella di rimodulare il Patto di stabilità interno in funzione della ripresa ed elevare al 5% la quota utilizzabile dei residui per le spese in conto capitale. Per questo la trattativa con il Governo va riaperta già ora con il varo della decisione di finanza pubblica e in prospettiva della prossima legge di stabilità.
LA DOTAZIONE D’INFRASTRUTTURE PER L’INNOVAZIONE E LO SVILUPPO
Le sorti dei servizi e delle prestazioni essenziali da rendere esigibili ai cittadini, quelli da garantire con la perequazione del 100%, dipenderanno anche dall’attenzione riservata al sistema infrastrutturale. La relazione sul federalismo fiscale del 30 giugno 2010, non affronta, in alcun modo alcuni punti strategici come il problema dell’infrastrutturazione del paese. Il controllo del debito ha bloccato gli investimenti pubblici e, con essi, anche la necessaria funzione anticiclica e di sostegno dell’economia che può essere svolta dagli enti locali.
Noi avevamo proposto un piano straordinario di piccole opere immediatamente cantierabili. Invece ci hanno dato un “piano casa” il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti.
Pertanto, anche il tema delle infrastrutture, come è d’altronde previsto dalla legge delega che introduce il tema della perequazione infrastrutturale, doveva diventare materia di analisi nell’attuazione del federalismo, da sottoporre all’attenzione di tutti quei soggetti che, partendo dall’attuale situazione economico-finanziaria, possono contribuire a definire le soluzioni per una adeguata politica degli investimenti.
Questa sottovalutazione della perequazione infrastrutturale può pesare sensibilmente sulla corretta attuazione del federalismo e costituire un forte ostacolo alla promozione dello sviluppo economico, della coesione e solidarietà sociale che costituiscono spesso le cause differenziali di una economia che corre a velocità diverse nei diversi territori.
Accanto ad un’analisi dei fabbisogni e alla definizione dei costi standard occorrerebbe effettuare una ricognizione delle necessità, caso per caso, con l’individuazione delle soluzioni praticabili e degli interventi da finanziare, tra i quali dovrebbero in prospettiva essere ricomprese non sole le infrastrutture materiali ma anche quelle che sostengono conoscenza, alta formazione, ricerca, digitalizzazione.
Sono i settori sui quali hanno puntato tutti i maggiori e più evoluti e dinamici paesi dell’Unione Europea, sebbene investiti anch’essi dalla crisi economica, consapevoli che così s’investe sulle prospettive, per la fuoriuscita dalla crisi.
C’è ormai un disegno che emerge dalle esperienze delle autonomie locali, dalle città e dai territori più innovatori, in Italia e nel resto d’Europa: realizzazione di piani strategici per aree sovracomunali, per la programmazione territoriale, per le scelte di sviluppo e per la gestione di servizi su più vasta scala; realizzazione di pianificazioni innovative: per i sistemi di mobilità; per le infrastrutture e i servizi digitali; per i sistemi d’autoproduzione d’energia da fonti rinnovabili e per il risparmio energetico; per il recupero dei centri storici e il riuso-rinnovamento urbano, per la specializzazione turistica e la gestione del patrimonio culturale. C’è un percorso per lo sviluppo sostenibile, promosso dall’Unione Europea e che ben si attaglia all’Italia, che può essere sorretto dal governo e dalle regioni in una competizione positiva fra territori, concentrando e non disperdendo le risorse, premiando chi ha progetti pronti e imponendo procedimenti accelerati e fluidi, capace di richiedere e generare investimenti e di creare nuovo lavoro qualificato e stabile.
Per questa sfida essenziale di modernizzazione le autonomie locali devono essere pronte e propositive.
L’EMERGENZA SOCIALE
Allo stesso modo non possiamo non accorgerci di un’altra emergenza: quella sociale.
Il settore dell’assistenza sociale ha una spesa molto bassa e caratterizzata da un’elevata frammentazione degli interventi statali. La dotazione del Fondo nazionale per le politiche sociali, principale fonte di finanziamento statale degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie, passa dai 1582 milioni di euro del 2008, ai 1312 milioni di euro del 2009, ai 1174 milioni di euro stabiliti dalla finanziaria 2010. La diminuzione, rispetto al 2008, è di 408 milioni di euro.
La quota riservata alle Regioni – e poi attraverso queste ai Comuni – passa dai 656 milioni di euro del 2008 agli attuali 380, con una diminuzione di 276 milioni di euro.
Anche valutando il complesso degli stanziamenti dedicati agli altri fondi di carattere sociale (Fondo famiglia, Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, Fondo per l’autosufficienza, ecc.) nel 2010 le risorse stanziate per il sociale alle Regioni e Comuni diminuiranno di 698 milioni di euro rispetto al 2008.
Il minore impegno economico statale si ripercuote sui bisogni essenziali dei cittadini: dagli asili nido, agli altri interventi per i minori, all’assistenza ai non autosufficienti, alle politiche per l’immigrazione, al contrasto dell’aumento della povertà assoluta che interessa il 4,6% delle famiglie italiane (dati Istat 2008). Gli stessi interventi per contrastare le povertà estreme, quali i bonus famiglia e la social card, si sono rivelati insufficienti. Rispetto al 4,6% delle famiglie italiane in situazione di povertà assoluta, solo 1 su 5 ha ricevuto il contributo. “L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali … l’aumento massiccio della povertà in senso relativo … non solamente tende ad erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del “capitale sociale”, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” (Benedetto XVI – Caritas in Veritate).
Risulta evidente, lo dicono anche i rapporti del Censis, che il sistema italiano è attualmente caratterizzato da scarso aiuto verso i più poveri e disagiati e notevole disorganicità degli interventi. È necessario potenziare le dotazioni finanziarie in capo al sistema dei servizi sociali, a garanzia di una programmazione pluriennale; rafforzare il ruolo dei Comuni attraverso l’implementazione dei Piani di Zona, con adeguate forme di gestione, e l’integrazione delle politiche socio-sanitarie, nel rispetto della governance tra i vari livelli di governo.
La strada tracciata dalla Costituzione e dal federalismo che proponiamo indica che i livelli essenziali delle prestazioni devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Ma i “livelli essenziali” devono ancora essere definiti e la manovra economica 2011-2012 ha come effetto sia tagli diretti ai Comuni sia tagli indiretti provenienti dalle Regioni, con evidenti ripercussioni sulla capacità dei comuni di salvaguardare un “sistema minimo” di servizi, a fronte di un bisogno crescente.
Quindi c’è da chiedersi di quali “livelli essenziali” delle prestazione sociali noi stiamo parlando quando facciamo i conti con queste cifre e ci domandiamo se il federalismo fiscale e i cosiddetti “costi standard” dovranno consolidare questi dati e tradursi in una razionalizzazione al ribasso del nostro sistema di finanza pubblica. Oppure costituire, come noi crediamo, le basi per una solidarietà non assistita, fondata sulla trasparenza e l’uso responsabile delle risorse pubbliche, sulla sussidiarietà.
Interveniamo subito, noi proponiamo, togliendo dai vincoli del patto di stabilità le risorse per l’emergenza sociale, consentendo almeno ai comuni virtuosi le spese per raggiungere già i oggi livelli essenziali delle prestazioni sociali in settori deficitari o con offerta insufficiente come quelli educativi e per il servizio degli asili nido.
Noi dobbiamo difendere lo spirito vero della legge 42 che è quello di avvicinare il prelievo fiscale alle fonti di spesa per poter implementare politiche trasparenti, fondate sulla responsabilizzazione dei soggetti pubblici e far emergere le risorse destinate alla solidarietà per distinguerle da quelle che invece sono prodotte dalla ricchezza dei territori e dal gettito fiscale locale. Per sostenere senza dipendenze centralistiche il complesso delle competenze che sempre di più gravano sulle autonomie locali e regionali.
RIFORMA DEL PARLAMENTO E CAMERA DELLE AUTONOMIE
La riforma in senso territoriale della seconda camera è un punto di snodo fondamentale del riassetto complessivo di cui il nostro paese ha bisogno. Non si capisce il perché della timidezza mostrata fino ad oggi su un obiettivo che, con la riduzione opportuna del numero dei parlamentari e la semplificazione del procedimento legislativo, ha un consenso vastissimo fra i cittadini. Legautonomie, mentre chiamerà le migliori competenze a confrontarsi, proporrà che si avvii un’iniziativa diffusa sui capisaldi della riforma parlamentare.
Non basta infatti aver proceduto ad un trasferimento di competenze legislative (riforma del Titolo V: l. cost. n. 3 del 2001), al tentativo di trasferire quelle amministrative (cd. carta delle autonomie, in discussione) e all’avvio del federalismo fiscale (con la legge delega 42 del 2009 e i primi decreti attuativi), senza l’affiancamento ad essere di una seconda camera all’interno di cui trovare una sintesi fra le istanze locali e quelle nazionali attraverso una ricomposizione degli interessi e degli eventuali conflitti fra i diversi livelli interessati.
In sua assenza, infatti, nella migliore delle ipotesi si rischia di procedere con un neocentralismo di fatto che violenta e umilia qualsiasi velleità da parte degli enti locali, in quanto impastoiati in vincoli asfissianti e rigidi, nella peggiore di spezzettare i centri decisionali senza che vi sia alcuna cabina di regia che sia verosimilmente in grado di risolvere i problemi in maniera efficiente. Per cui il tema è fondamentale sia per l’equilibrio complessivo del sistema sia per gli enti locali, i quali devono assolutamente premere affinché una riforma della seconda camera venga effettuata al più presto: una riforma che preveda l’esclusività del rapporto fiduciario del governo con la sola camera bassa ma trasformi il Senato in una vera e propria camera delle autonomie locali.
In quest’ottica nella seconda camera dovrebbero non solo essere rappresentate le regioni, ma anche gli enti locali. Dovrebbe trattarsi di una camera di dimensioni ridotte, eletta di secondo grado, per una quota pari a (circa) una metà dei componenti dei consigli regionali, per l’altra metà da parte dei consigli delle autonomie locali, organi già previsti in Costituzione, in modo da garantire che anche le istanze di questi ultimi trovino rappresentanza al centro e di evitare, al contempo, di sostituire un centralismo statale con un neocentralismo regionale.
Per quanto riguarda le funzioni, invece, la prima camera dovrebbe avere l’ultima parola, ma il senato federale dovrebbe poter intervenire nel procedimento legislativo con una forza crescente a seconda del grado di interesse locale delle materie trattate, sino a giungere ad un bicameralismo paritario quando le proposte di legge riguardano il trasferimento di funzioni ovvero la revisione della costituzione per le parti che riguardano i rapporti fra il centro e la periferia.
L’IMPEGNO PER I PROSSIMI MESI: LA VERA “LEGA” CHE DIFENDE IL TERRITORIO
Con queste riflessioni e con queste proposte, con quelle che verranno dai contributi di questa giornata, Legautonomie svolgerà il proprio lavoro di rappresentanza, per essere la vera “lega” che difende il territorio. Con un obiettivo centrale, come spero d’aver fatto capire: dire ai cittadini, con la voce degli amministratori, quello che accade, con chiarezza e con umiltà, e che ormai quando si tocca la capacità d’azione di un comune si tocca la possibilità di una comunità di rispondere ai suoi bisogni essenziali e immediati. Autonomie locali uguale comunità locali, dunque. E l’affermazione dell’autonomia come difesa dalle ingiustizie sociali, affermazione dei diritti di cittadinanza e della qualità della vita conquistata.
Fare questo dando vita ad un grande movimento nazionale delle autonomie, che rappresenti bisogni e una coraggiosa vocazione riformatrice, senza dispersioni, sapendo che anche le esperienze di governo migliori hanno un peso e un valore se messe in rete, se si sta in “lega”, come si disse in tempi ormai lontani. Senza perdere un’ispirazione anche di maggiore respiro: come abbiamo fatto sostenendo la campagna “Internet for Peace”, per l’attribuzione a Internet del Premio Nobel per la pace, promossa da Wired Italia; o contro la pena di morte; o in opposizione ad ogni discriminazione di carattere sessuale; o per la salvaguardia dell’acqua, quale bene comune.
Questo obiettivo è ciò che proporremo alle altre associazioni delle autonomie locali, Anci, Upi, Uncem, mettendo a disposizione la nostra forza e il nostro radicamento – anche una capacità rinnovata di fornire servizi, senza duplicazioni inutili –, pronti a ridefinire anche la nostra missione in collaborazione con le altre associazioni, ma fermi nel mantenere un’impostazione politica, di politica delle autonomie locali, chiara e coerente.
Avremo di fronte prove molto impegnative, non ci tireremo indietro.
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