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TUTTOMONDO 2012. Keith Haring a Pisa: una mostra, una piazza, il restauro

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Dal 1989 Pisa ospita un gioiello della Pop-Art: Tuttomondo, la più grande opera pubblica dell’artista newyorkese Keith Haring, un murale in tempere acriliche di 180 metri quadrati che ricopre integralmente la parete esterna dell’ex convento adiacente alla Chiesa di Sant’Antonio Abate in Piazza Sant’Antonio. Tuttomondo è un’opera d’arte contemporanea originale e sorprendente, sconosciuta ai più fino a poco tempo fa, fino a quando cioè un’attenta opera di restauro ha riportato il murale al centro dell’attenzione, rendendolo così, oggi, una delle mete preferite dei turisti, insieme a quella Torre famosa in tutto il mondo e che Haring ebbe modo di ammirare durante il suo soggiorno pisano. Dichiarava l’artista poco prima di iniziare l’opera: “Sono seriamente interessato e mi offrono sia un muro per un murales o per un affresco sia una mostra in un edificio vecchio di mille anni ( … ). Anche Pisa in sé è davvero bella. La torre è notevole. L’abbiamo vista alla luce del giorno e poi alla luce della luna. E’ veramente grandiosa e al tempo stesso esilarante. Ogni volta che la guardi, ti fa sorridere”.
All’origine dell’opera vi è l’incontro casuale tra Keith Haring e un giovane studente pisano, Piergiorgio Castellani, che oggi ricorda così quel giorno: “Per caso, un freddo pomeriggio su un marciapiede a New York, davanti a un gruppo di Hare Krisna che suonano mantra, si incontrano due italiani, padre e figlio, con un noto artista newyorchese”. Tuttomondo è dedicato ad un tema assai caro all’artista, quello della pace, concordia e amicizia universale espresso attraverso trenta figure simboliche intrecciate in una sorta di danza multicolore. Ogni personaggio rappresenta un diverso “aspetto” del mondo in pace: le forbici “umanizzate” sono l’immagine della collaborazione concreta tra gli uomini per sconfiggere il serpente, cioè il male, che stava  già mangiando la testa della figura accanto, la donna con in braccio il bambino rimanda all’idea della maternità, i due uomini che sorreggono il delfino al rapporto con la natura.
I colori sono “soft”, tenui e delicati, in contrasto con l’acceso cromatismo che è il tratto distintivo dell’opera di Haring. Si tratta dell’unica opera che l’artista americano concepì come permanente e non effimera, scegliendo per questo delle vernici acriliche che conservassero la qualità dei colori nel tempo e fossero facilmente recuperabili un domani. Colori che, infatti, sbiaditi a causa degli agenti atmosferici e dell’inquinamento, proprio di recente sono stati ravvivati dal prezioso e accurato intervento di restauro, reso possibile dall’intervento finanziario della Regione Toscana, della fondazione “Friends of Heritage Preservation” di Los Angeles, dell’American Academy a Roma, nonché della Fondazione Haring e della sua presidente Julia Gruen (http://cultura.comune.pisa.it/?p=518).
Il restauro del murale ha tra l’altro offerto anche l’occasione per ripensare la piazzetta antistante e promuovere un intervento di valorizzazione nel senso di una migliore fruizione dell’opera, senza tradire l’idea di arte espressa da Haring. In questo contesto ben si colloca la scelta di intitolare la piazza a Haring, ultimo tributo di riconoscenza all’artista e al dono che lui fece alla nostra città.

Tuttomondo, il cui nome fu scelto in italiano da Haring, fu realizzato nel giugno 1989 in una settimana, contrariamente a quelle che erano le sue abitudini artistiche: tempi di esecuzione rapidissimi, normalmente non più di un giorno per la realizzazione dei suoi murales. Di quei giorni, la città di Pisa ricorda un clima di euforia che si diffuse tra i cittadini e che contagiò anche Haring, come lui stesso riporta nei suoi diari. La realizzazione di Tuttomondo rimane un’esperienza indelebile per i molti pisani che in qualche modo furono coinvolti: il parroco lungimirante che accettò di ospitare l’opera senza conoscerne il contenuto, l’assessore combattivo, i bambini che disegnarono con Haring, i molti curiosi che si avvicinarono da spettatori e finirono per aiutare, tutti coloro che hanno documentato l’evento con le loro fotografie e gli studenti e gli artigiani della Caparol – la ditta che fornì le vernici e sponsorizzò il lavoro – che aiutarono a colorare. Avvalendosi di un ponte mobile, già il primo giorno disegnò sullo sfondo bianco della grande parete il contorno nero di tutte le figure, in modo del tutto estemporaneo e senza avvalersi di disegni preparatori o bozzetti. Poi, nei giorni seguenti, studenti e artigiani da lui coordinati lo aiutarono nella colorazione delle figure. Così commenta Piergiorgio Castellani, senza il quale probabilmente il murale non sarebbe mai nato: “Mi sembra che oggi il murales non possa essere letto come un fatto puramente estetico, ma debba essere compreso alla luce di tutte le circostanze che resero possibile un così grande atto di libertà artistica, di cui Haring si fece generoso ed immediato veicolo, quel senso della libertà dell’artista che per lui era il “simbolo dello spirito di tutto il genere umano”.
Tuttomondo è considerato il testamento spirituale di Haring, scomparso a soli 31 anni nel Febbraio 1990, pochi mesi dopo aver realizzato il suo personale inno alla vita su un muro pisano.

Da sabato 29 settembre all’11 novembre, la Fondazione Palazzo Blu rende omaggio all’artista americano dedicandogli una piccola ma preziosa mostra in collaborazione con il Comune di Pisa e la Fondazione Keith Haring di New York, con il patrocinio del Presidente della Regione Toscana. Nella Sala Biblioteca di Palazzo Blu, Lungarno Gambacorti 9, saranno esposte sei opere originali, realizzate tra il 1987 e il 1989 per il Pop Shop, e saranno resi visibili immagini e video della realizzazione del murales pisano. La mostra ad ingresso gratuito sarà visitabile dal martedì al venerdì dalle 10.00 alle 19.00 e sabato e domenica fino alle 20.00, mentre a partire dal 13 ottobre la mostra seguirà gli stessi orari della temporanea dedicata a Kandisky e sarà aperta anche il lunedì.

Info: Fondazione Palazzo Blu
Tel. 050.916950; email:  This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

 

Per quanto l’abbia incontrato una sola sera, nel mezzo della confusione e del rumore di una festa ( … ), ho avuto una ottima impressione di Keith Haring. Pur molto giovane, l’artista era già discretamente conosciuto per via dei suoi interventi nei luoghi marginali di quella e di altre attività americane. Produceva pitture parietali sui muri delle fabbriche abbandonate, delle case di periferia più degradate, nei corridoi sporchi e interminabili dei metrò. ( … )
Haring teorizzava la bontà di queste azioni per almeno tre motivi. Il primo è che l’arte diventava un fatto gratuito, usciva dalle gallerie e dal mercato, contestava la “società segreta dell’arte (queste le sue parole), mischiava allegramente arte e vita. Il secondo è che l’ambiente urbano – “brutto” quasi per definizione nelle metropoli – si trasformava in un gigantesco album da disegno, in cui esprimere valori, poetiche, concetti altrimenti preclusi a chi è fuori dal mondo dell’arte ufficiale, con la conseguenza di popolarizzare l’estetica e farla diventare un fatto di massa. Il terzo, infine, è che anche i fruitori venivano toccati da questo processo: infatti la vita quotidiana è percorsa da immagini utilitarie e di basso valore (pubblicità, informazioni, cattiva architettura, brutti oggetti, kitsch), e il pubblico la consuma inconsapevolmente senza battere ciglio e senza capire i danni che un simile ambiente produce alla mente, un’arte senza pretese, ma libera e immediata, si sostituiva alla non-arte, e abituava la gente a un’estetica di massa.

Omar Calabrese, Introduzione al volume “Keith Haring a Pisa”, Edizioni ETS.

 

( … ) I love life. I love babies, children, and some people, most people – well, not most people, but a lot of them! I’ve been lucky so far; luckier than most. I don’t take it for granted, I can tell you. I appreciate everything that has happened, above all the gift of life that was given to me, and that has created a silent connection between children and me. Children can feel this “thing” in me. Almost all children posses a special sense  for this “thing” in other people. They know. Some special people also know about these things.

Keith Haring

 


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