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Giuseppe Fabbri PDF Stampa E-mail
Mercoledì 19 Marzo 2008 16:09

Quale sviluppo per Pisa.

E’opportuno riflettere su quale modello di sviluppo proporre per la Pisa del prossimo decennio. Nella nostra città, dagli anni ‘70 in poi si è assistito ad una crescita del terziario e dei servizi, che ha profondamente caratterizzato lo sviluppo della città e la sua stessa identità produttiva. La presenza di tre Università, di una struttura ospedaliera d’eccellenza, di un polo nazionale di ricerca del CNR, ha favorito, a sua volta, la crescita di attività nei servizi e nel terziario in generale. La crescita dell’Aeroporto, ha notevolmente incrementato l’offerta alberghiera e favorito gli investimenti ad essi collegati. Il turismo ha solo parzialmente beneficiato della maggior facilità dei collegamenti, caratterizzandosi per un’offerta ancora debole, incapace di mettere a sistema le caratteristiche di città d’arte con le valenze implicite nella collocazione strategica di Pisa. L’asse produttivo della città si è quindi spostato su un’economia di servizi, pur essendo presenti realtà industriali di indubbio valore. Questo fenomeno ha anche radicato una mentalità diffusa, se non dominante, che vede nell’impiego ‘sicuro’ il proprio obiettivo. Non è una città che ama il rischio, che premia l’iniziativa; eppure è una città fatta di giovani che quasi naturalmente hanno una propensione per la scoperta e per il coraggio della ricerca. Però molti segnali non sono incoraggianti. Le altre città universitarie toscane, Firenze e Siena, riescono ad attrarre investimenti nella ricerca applicata all’industria in settori innovativi. Si pensi all’investimento di Novartis a Siena nel campo dei vaccini o a quello di General Electric a Firenze, con la creazione del Florence Learning Center. A Pisa manca il traino. Molte esperienze si chiudono su se stesse all’interno dell’Università e dei suoi spin off che, pur rappresentando un importante asset della città non si traducono in realtà industriali importanti. Ad esempio non trovo opportuno che gli incubatori di impresa promuovano la nascita di nuove imprese con contratti di affitto di lunga durata. Il ruolo di questi dovrebbe essere quello di aiutare le imprese nelle prime fasi e poi favorirne la crescita nel mercato aperto. Insomma: quante delle incubande, dopo cinque anni, superano i cinque milioni di fatturato?
Pisa deve pensare più in grande: stimolare e favorire l’intrapresa, promuovere anche il valore culturale e sociale dell’innovazione, del rischio, dell’investimento. Il comune, potrebbe elaborare un piano strutturato di attrazione degli investimenti, anche dall’estero, in settori innovativi e ad alta tecnologia. Si pensi ai temi delle energie rinnovabili, dei nuovi materiali, del bio medicale, della rete.
Ma non solo il Comune. Anche le Università devono pure interrogarsi su questo problema. Non occorre formare solo laureati. Ma anche attrarre grandi capitali internazionali a collaborare con i nostri laboratori di ricerca impiantando società in loco.
Negli ultimi 25 anni non mi pare che nessuna grande azienda abbia realizzato una sede o si sia sviluppata nel nostro territorio (eccetto i call-center, che non mi sembrano rilevanti sotto questo profilo). L’unica società pisana quotata in borsa è l’aeroporto e il sistema delle aziende pubbliche (gas/acqua) non ha certo promosso qualcosa di fortemente innovativo con i nostri centri di ricerca. Dobbiamo pensare ad un LUOGO DELL’INNOVAZIONE (un palazzo, una piazza, una fiera) dove possano incontrarsi idee, capitali e imprenditori per un incontro proficuo tra queste realtà importanti del nostro territorio. Una realtà che faccia capo ad una Fondazione e gestita secondo criteri imprenditoriali da giovani manager, collocata magari in un’area industriale.

Giuseppe Fabbri