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Enrico Catassi PDF Stampa E-mail
Mercoledì 19 Marzo 2008 11:41
IMMIGRAZIONE, COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO, SICUREZZA NUOVE POLITICHE DI COESIONE E PREVENZIONE PER LA SFIDA DI MARCO FILIPPESCHI

"Voglio più forze dell'ordine per le strade, più coraggio nei diritti per gli immigrati che lavorano ma anche più severità per quelli che delinquono, senza se e senza ma" W. Veltroni.

L’appello ad una città più sicura è un obbiettivo imprescindibile nel disegnare un coretto programma di governo per la città di Pisa. L’ordine pubblico, in tutte le sue forme, è materia di scelte attente, multi settoriali, flessibili ed incisive. La gestione dell’ordine sociale necessità di strategie politiche nuove, basate sul coinvolgimento attivo della comunità. Purtroppo, scorrette politiche di prevenzione incidono negativamente sull’apporto che le istituzioni possono offrire in questi casi, aumentando la sfiducia dei cittadini verso la giustizia. Anche per Pisa è indiscutibile l’urgenza di introdurre una programmazione di lungo periodo, occorrono investimenti continuativi nel tempo, una revisione delle priorità e l’introduzione di forme d’intervento severo. Occorre, rinnovare l’approccio in un’ottica di potenziali obbiettivi, verificare le tendenze utili alla riduzione dell'incidenza del crimine; sviluppare una naturale interazione tra crimine e politiche sociali locali, tra giustizia e sicurezza della comunità.
È evidente, in scenari come quello attuale, che il concetto di micro criminalità si configuri in realtà, con una valenza macro. Il Comune di concerto con le autorità preposte dovrebbe attivarsi per maggiori servizi nei confronti dei cittadini vittime del crimine: copertura parziale del danno materiale tramite assicurazioni e servizio di assistenza psicologica-terapeutica. L’elevato, anche per una città come Pisa, numero di furti e scippi è un duplice danno per la città, perché essa stessa diviene, insieme ai suoi cittadini, vittima.
In passato, l'approccio emergenziale è stato qualitativamente insufficiente, non contribuendo alla realizzazione di corretti processi di pianificazione ed implementazione delle iniziative di prevenzione e sicurezza del territorio: la paura si sconfigge con la sicurezza. L'azione politica per incidere deve ottimizzare la localizzazione degli effetti: identificazione dei problemi, decentramento degli interventi di prevenzione e deterrenza ambientale. È attraverso una chiara metodologia di decentramento delle strategie che si incide in maniera vitale sui problemi reali del territorio. L'introduzione di pratiche costruttive ed inclusive è fortemente auspicata nella negoziazione delle strategie, altresì l'implicita partecipazione di differenti soggetti del territorio. Quindi, focalizzare interventi contro il degrado che coinvolgano associazioni e privati cittadini, una maggiore illuminazione e la rimozione dei graffiti, un sistema di videocamere ed una presenza costante delle forze dell’ordine nelle strade; l’auspicio è una migliore sinergia fra le forze dell’ordine . Insomma, una città luminosa una città più sicura.
Inoltre, si evidenzia come provvedimenti non "concordati" con i vari soggetti del territorio sono fonte di acceso dibattito sull’eticità delle azioni di prevenzione; per evitare al meglio tale criticità è utile allargare la modalità di analisi ad una partecipazione corale del territorio: tutta la città insieme contro il crimine. Sussistono ancora, nella nostra società, "conflitti" sociali riconducibili al mancato bilanciamento delle problematiche economiche con i costumi sociali. È, tuttavia, riconosciuto come l'investimento in politiche di prevenzione e sicurezza offra un consistente miglioramento della qualità della vita e, come al contempo riduca sostanzialmente i costi (sociali ed economici) della giustizia e del sistema penale.
Rispetto al tema dell’illegalità gli immigrati rappresentano una quota in crescita esponenziale rispetto al totale degli arrestati che, consolidandosi nel lungo periodo, costituisce una prova delle difficoltà di integrazione nella comunità locale. Il rapporto Censis sulla Toscana considera l’integrazione degli stranieri in Toscana un positivo esempio del modello italiano, che ha puntato all’integrazione degli stranieri attraverso economia e lavoro. Eppure, nella nostra regione la dinamica di integrazione che ha consentito ai suoi abitanti di considerare l’immigrazione una risorsa, non solo si è arrestata negli ultimi anni, ma ha subito una inversione di tendenza. La maggior parte della popolazione toscana comincia a percepire l’immigrazione più come un problema che come una risorsa. Aumenta la stanzialità degli immigrati e di conseguenza la loro presenza nei processi sociali e la domanda di servizi, che viene vissuta con ostilità dai residenti.
Un altro elemento di diffidenza nei confronti degli stranieri è dato dalla tendenza degli immigrati a creare comunità chiuse : è diffusa l’opinione che le comunità chiuse costituiscono già un problema non marginale, in grado di innescare una possibile implosione dei meccanismi di coesistenza e convivenza. I fenomeni che si stanno determinando in Toscana sono in linea con quanto sembra accompagnarsi abitualmente alla crescita della seconda generazione di immigrati. La nascita della seconda generazione stravolge i taciti meccanismi di (precaria) accettazione dell'immigrazione, basati sul presupposto della sua provvisorietà. Il primo segnale di allarme, a questo proposito, è dato dal fenomeno degli insuccessi nell'inserimento sociale delle seconde generazioni, sotto forma di fallimenti scolastici, marginalità occupazionale, segregazione residenziale, comportamenti devianti, in grado di costituire i presupposti per problematiche di ordine pubblico.
Un elemento positivo è rappresentato dalla presenza significativa sul territorio di numerose attività commerciali, artigianali e di piccola impresa, con titolari immigrati, nelle quali tuttavia è frequente lo sfruttamento dei lavoratori e il mancato rispetto delle norme vigenti. Le associazioni degli immigrati sono ormai una presenza radicata, in perfetta sinergia con istituzioni ed associazionismo si adoperano in diverse attività di carattere assistenziale, culturale e formativo. In taluni casi, stentano ad essere realmente rappresentative del mondo dell'immigrazione, non riuscendo ad attrarre e coinvolgere tutte le categorie : nella costruzione di una melting society in chiave pisana ma, in linea con il trend dell’Europa globalizzata di domani, i giovani sono il reale valore aggiunto ed una risorsa rilevante da non disperdere.
Ricerche sociologiche orientate affermano che la devianza dei giovani delle seconde generazioni corrisponde, in realtà, ad un processo di assimilazione sui generis ovvero, all’acquisizione e condivisione di stili oppositivi e comportamenti devianti dei giovani appartenenti alle minoranze interne o insediati nelle periferie urbane. La presenza di aree degradate e marginalizzate incide negativamente influenzando il diffondersi di aspetti giovanili deviati. In particolar modo, è utile fornire spazi sociali e politici in cui possano trovare crescita espressioni miste di appartenenza. Opportunamente, si dovrà cercare di ottimizzare la condizione delle seconde generazioni, per definizione ambigua perchè in bilico tra appartenenza ed estraneità. Spesso interpretata come fattore di cesura con la società ricevente, la seconda generazione è l’elemento che maggiormente può contribuire a porre in discussione concezioni statiche, xenofobe ed antistoriche. Interventi di coesione decentrati, al fine di arginare la normalizzazione dell'immigrato straniero quale simbolo di frattura, sono da introdurre come prassi di governo cittadino. Nuove metodologie, pertinenti ed efficaci, in grado di rispondere alle difficoltà che le società avanzate incontrano nel costruire nuove forme di legame sociale e di appartenenza a un destino comune dovranno in tempi brevi essere sviluppate. Occorrerà, quindi, disegnare politiche e strategie più flessibili ed inclusive, capaci di salvaguardare i valori fondanti della società aperta e democratica, antifascista ed antirazzista di Pisa.
In conclusione, è opportuno rinforzare il legame tra solidarietà interna ed esterna, preparando un piano di cooperazione allo sviluppo cornice del sistema toscano della cooperazione decentrata. La cooperazione decentrata, è il teatro privilegiato in cui la nuova pluralità degli attori internazionali trova espressione. La cooperazione decentrata esprime la vocazione a dar forma ad una nuova concezione di relazioni internazionali, simmetrico che unisce territori intesi come spazi relazionali, di possibile azione comune tra diversi soggetti. È quindi la sua essenza che le permette di captare le grandi questioni cui dà centralità la globalizzazione: la ridefinizione del locale e l'importanza di nuove forme di democrazia; la centralità del rapporto pubblico-privato e dell'intreccio locale-nazionale-internazionale; l'esigenza di ridefinire il concetto di sviluppo in quello di co-sviluppo, in base al principio della sostenibilità, nei diversi settori di intervento. La cooperazione decentrata abbraccia una visione multidimensionale e multidirezionale dello sviluppo, inteso come co-sviluppo. L'attenzione per la creazione e messa a punto della nuova cultura dello sviluppo risulta, a maggior ragione, cruciale per il Comune di Pisa che, può vantare un rapporto più stretto e diretto con il territorio. Alla luce della rilevanza assunta sulla scena internazionale dalle attività svolte sino ad oggi, dal Comune di Pisa sarà, quindi decisivo curare la formazione del proprio personale al fine di mettere in atto tutte le potenzialità, ancora implicite, per la realizzazione di nuove e più efficaci strategie di sviluppo. Ovviamente, in sinergia e condivisione con enti come Provincia e Regione, associazionismo e fondazioni del territorio.
Gli elementi che rendono "vincente" l’indirizzo delle politiche allo sviluppo è da ricercare nella valorizzazione dello strumento del dialogo; nel superamento della divisione tra interventi micro e macro, in base ad un approccio territoriale capace di coordinare i diversi donatori; favorendo la pacificazione e la democratizzazione; adottando modalità di cooperazione meno rigide e stabilendo un continuum tra emergenza e sviluppo; assicurando, infine, la sostenibilità dei processi di sviluppo con interventi basati sull'interazione tra attori istituzionali, economici, sociali, locali, nazionali e internazionali guidati dal principio di sussidiarità. Esiste, infatti, un folto repertorio di strumenti di concertazione, coordinamento, collegamento e gestione già sperimentati dal Comune di Pisa, nel corso di questi anni, ed in grado di permettere e facilitare il passaggio dalla retorica dei principi all'operatività. In primis, si dovrà sostenere un programma che preveda la condivisione delle politiche e dei piani di sviluppo attraverso lo strumento della concertazione, l'eterogeneità degli interessi, la composizione mista, il bagaglio delle esperienze passate, l'apprendimento come metodologia di programmazione. Il dialogo, il confronto e la tolleranza, rappresentano gli strumenti fondamentali attraverso i quali le attività di cooperazione decentrata del Comune di Pisa esprimeranno il proprio contributo ad un mondo migliore. Sostenendo lo sviluppo, a seconda dei casi e dei bisogni, nei vari settori, sanitario, educativo, economico, territoriale, culturale etc. Il Comune di Pisa potrà svolgere, al meglio, il fondamentale ruolo di portare a consapevolezza sul carattere problematico dello sviluppo come trasversale alla distinzione Nord-Sud e, mettere in luce le asimmetrie esistenti nei rapporti, traducendole in relazioni paritarie.
L’introduzione di politiche corrette e concrete permetterà di trasformare le disuguaglianze in diversità, con ricadute e benefici ai cittadini. Questi sono impegni che Marco saprà, sono certo, affrontare.

Enrico Catassi



Una scelta diversa per vivere insieme

Il co-housing è considerato una perfetta strategia ed una buona pratica di sviluppo sostenibile nonché un grande esempio di democrazia, di civiltà e di solidarietà sociale. È un’idea, anzi una pratica, che nasce nel nord Europa a metà degli anni ’70 ma, da qualche tempo si è sviluppata in Italia, con ottimi successi ed una sempre maggiore richiesta.
Co-housing significa convivere, coabitare, condividere. È uno stile di vita che recentemente ha attirato su di se l’attenzione delle istituzioni, dei media e di numerose associazioni, entità che a diverso titolo e con differenti metodologie stanno sostenendo questo modello sociale.
Il co-housing rappresenta, prima di tutto, una scelta di condivisione con un gruppo di persone, è la voglia di vivere nello stesso palazzo, nello stesso complesso residenziale, nella stessa “comunità”, gestendo congiuntamente alcuni spazi e servizi. Permette quindi, di ridurre costi e mantenere, in taluni casi anche migliorare, i servizi ed il livello di vita.
Co-housing è operare nel sociale contro l’emarginazione dell’individuo, rinsaldare i rapporti e le relazioni all’interno delle comunità; non è un progetto collettivistico, è un sistema atto al miglioramento della vita. In particolare per categorie svantaggiate come anziani e studenti e, giovani coppie.
Il co-housing rimedia e compensa modelli alienanti, lo stress, la solitudine, la povertà. Implica la necessità di riprendersi l’affetto della gente, riappropriarsi del tempo, condividendo le risorse, alcuni spazi e le strutture, che altrimenti da soli non sarebbe possibile permettersi

Enrico Catassi